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S. AMBROGIO MARTIRE Patrono di Ferentino A cura di Biancamaria Valeri

Non si festeggia il Santo protettore solo con la festa civile o con manifestazioni folkloristiche; queste sono ritualità, che con il trascorrere del tempo, possono svuotare la testimonianza della fede. Bisogna riscoprire le radici storiche della fede e tramandarle, attraverso le testimonianze del tempo, alle future generazioni.

Il patrono di Ferentino, S. Ambrogio martire, fu un soldato romano. Ligure di nascita, mentre era a Milano, conobbe il preside Publio Daciano, che lo iscrisse alla milizia e lo proclamò centurione della cavalleria. Daciano, giunto con l’esercito a Ferentino, per ordine di Diocleziano, cominciò una feroce persecuzione contro la comunità cristiana della città; ma grande fu il suo turbamento quando scoprì che Ambrogio, il suo fidato centurione, era anche lui cristiano. Daciano tentò dapprima di convincere Ambrogio ad abiurare; ma, quando si accorse dell’inutilità dei tentativi, sottopose il centurione ad un processo e ad ogni sorta di supplizi. Lo chiuse in carcere privandolo totalmente del cibo per un mese, ma non gli mancò il cibo e il conforto degli angeli; lo fece fustigare; gli fece applicare sul corpo piastre infuocate; lo fece immergere in olio bollente, pece e resina, ma ne uscì illeso; lo fece trascinare nudo e in catene ad amphiteatrum portae Sanguinariae contiguum, dove Daciano voleva costringere Ambrogio ad adorare gli dei romani, ma i simulacri degli idoli pagani rovinarono pubblicamente; gli impose di adorare l’idolo di Mercurio, ma Ambrogio, afferrato l’idolo, lo gettò a terra distruggendolo; ordinò, poi, che Ambrogio fosse arso vivo su un rogo, e, visto l’esito negativo, cercò di farlo affogare nel fiume Alabro, dopo avergli fatto legare una macina da mulino al collo, ma un angelo liberò Ambrogio del cappio e lo ricondusse in superficie.

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Nessun supplizio piegò la fede del giovane né lo fece morire. Da ogni supplizio Ambrogio usciva vincitore. Allora Daciano ordinò che il giovane venisse condannato a morte per decapitazione. Quattordici ferentinati, vedendo la fede di Ambrogio e i miracoli che il centurione compiva, si convertirono immediatamente al cristianesimo e furono martirizzati insieme a lui il 16 agosto del 304 d. C. in località Monticchio. Il corpo del martire Ambrogio fu abbandonato dai 6 carnefici; ma nottetempo i cristiani della comunità ferentinate lo recuperarono e gli diedero degna sepoltura. Il sepolcro di Ambrogio fu segretamente custodito fino al 313 d. C., quando con l’Editto di Milano l’imperatore Costantino concesse la libertà di culto ai cristiani. La memoria del martirio di Ambrogio finalmente poté essere celebrata in piena libertà. Il corpo di Ambrogio fu trasportato, come attesta la tradizione, nella chiesa di S. Agata, dove rimase per alcuni secoli, fino a quando le scorrerie saracene non misero in pericolo la sicurezza del luogo. Per proteggere le reliquie del santo, i ferentinati le trasportarono nella chiesa di S. Maria Maggiore, da dove nel 1108 furono prelevate per essere collocate in un tempio più degno: la nuova cattedrale edificata sull’acropoli dal vescovo Agostino (1106-1113). Fin qui il resoconto storico-devozionale della Passione di S. Ambrogio, documento molto interessante, conservato nella Biblioteca Nazionale di Parigi (Bibliothèque Nationale. Catalogue général des manuscrits latins, t. V (nn. 3278-3585), Paris 1966, pp. 1-14) e catalogato nella Bibliotheca Hagiographica Latina con i nn. 375 e 376. Secondo la datazione più scientificamente attendibile il documento dovrebbe risalire al VII-VIII sec. d. C. La Passione sembrerebbe essere esemplata su quella di Marcello di Tangeri, adattata alla peculiarità della situazione ferentinate. Un racconto devozionale scritto probabilmente in ambiente monastico e finalizzato ad eccitare fede ed imitazione nei fedeli. Il racconto, giunto nella redazione indicata nella Bibliotheca Hagiographica Latina con il n. 376, è stato utilizzato per ricavare lectiones per la festa del Santo. Per ricostruire la storia della devozione cittadina verso S. Ambrogio bisogna fare riferimento a documenti più recenti: primi tra tutti quelli riferibili ai due vescovi ferentinati molto importanti per il contributo alla datazione del Martire Ambrogio: Pasquale (IX sec.) e Agostino (XII sec.). Nei primi decenni del IX secolo era vescovo di Ferentino Pascalis, il cui nome incompleto figura nell’iscrizione di una cornice di ciborio e che era coevo del papa omonimo Pasquale I (817- 824). Questa iscrizione frammentaria per il testo lacunoso, in quanto, essendo stata riutilizzata in epoca successiva (reca segni di abrasione dell’incisone), è conservata nella sacrestia della cattedrale.

DE DONIS D(E)I ET S(ANCTI) [o sanctae o sanctorum] … TEMPO(ribus) … PASCALI PAP(A)E (PAS)CALI EPISCOPI F(ECIT).

Il vescovo Pasquale nei primi decenni del IX secolo, durante il papato di Pasquale I (817-824), effettuò donativi ad una chiesa non identificabile per il testo lacunoso. Tale Vescovo è ricordato anche in una seconda iscrizione del XIII secolo, databile dal riferimento al marmorario Paolo, che “firma” il suo lavoro di decorazione musiva della balaustra marmorea, con la quale si delimitava la cappella edificata per accogliere le reliquie di S. Ambrogio.

HOC OPIFEX MAGNVS FECIT VIR NOMINE PAVLVS MARTYR MIRIFICVS IACET HIC AMBROSIVS INTVS PRAESVL ERAT SVMMVS PASCHALIS PAPA SECVNDVS QVANDO SVB ALTARI SACRA MARTYRIS OSSA LOCAVIT ECCLESIAE PASTOR PIVS AVGVSTINVS ET ACTOR PRIMITVS INVENTVS FVERIT QVO TEMPORE SANCTVS SI LIBET INQVIRI PASCHALIS TEMPORE PRIMI MARTYRIS IN PVLCHRO DOCVIT SCRIPTVRA SEPVLCHRO.

Le venerate spoglie al tempo del vescovo Agostino furono riposte, quindi, nello splendido sepolcro collocato all’interno della cappella dedicata al Martire. Un’elegante balaustra di marmo, opera del marmorario romano Paolo, indicava il carattere sacro del luogo: Martir mirificus iacet hic Ambrosius intus (qui dentro giace Ambrogio, martire degno di ogni ammirazione). L’iscrizione 7 in caratteri onciali fornisce altre preziose indicazioni: la traslazione del corpo avvenne sotto il pontificato di Pasquale II (1099-1118), mentre era vescovo di Ferentino Agostino. Precedentemente c’era stata un’altra inventio delle reliquie: sotto Pasquale I (817-824), da parte del vescovo Pasquale, così come attestava l’autentica conservata nell’urna funeraria, che l’altare gelosamente racchiudeva.

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